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	<title>De desbordamientos sociales | En cristiano - Blog elcorreo.com</title>
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	<description>Sobre la vida social justa, sin dogmas</description>
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		<title>De desbordamientos sociales | En cristiano - Blog elcorreo.com</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jul 2013 16:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>José Ignacio Calleja</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Crisi sociale in Spagna: la Chiesa oltre l’azione caritativa Caro direttore, mi sono subito accorto che stavo per intitolare questi pochi appunti di impronta morale in un modo che suonava a mia discolpa: «Sono un teorico, ma…». Chiedendomi perché, istintivamente, volessi cominciare così questo testo, mi sono reso conto che negli ambienti cristiani si è [&#8230;]]]></description>
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Crisi sociale in Spagna:<br>
la Chiesa oltre l’azione caritativa</p>
<div class="voc-advertising voc-adver-inter-text hidden-md hidden-lg voc-adver-blogs-entries"></div><p>Caro direttore,</p>
<div class="voc-advertising voc-adver-inter-text hidden-md hidden-lg voc-advertising-mobile-ready"></div><p>mi sono subito accorto che stavo per intitolare questi pochi appunti<br>
di impronta morale in un modo che suonava a mia discolpa: «Sono un<br>
teorico, ma…». Chiedendomi perché, istintivamente, volessi cominciare<br>
così questo testo, mi sono reso conto che negli ambienti cristiani<br>
si è diffusa l’idea che quello che importa è la carità concreta, e che tutto<br>
il resto è «troppo teorico». Si è diffusa troppo. Mi azzardo a dire che<br>
è un luogo comune assai banale pensare che quel che importa è agire<br>
con larghezza di mezzi nei casi più gravi, e che parlare non porta da<br>
nessuna parte. Non sono certamente d’accordo con questa idea. In primo<br>
luogo, occorre vedere come da parte di ciascuno di noi si esercita<br>
l’impegno concreto. E siccome nella carità anche il poco è meglio che il<br>
niente, il presupposto che i «teorici» non praticano né si compromettono<br>
con le realtà concrete è un altro luogo comune, una semplificazione.<br>
È ovvio che nessuno se ne esce su Internet a dire quello che fa e quello<br>
che non fa. Bisogna fare attenzione a questi pregiudizi verso le idee che<br>
ci «spiazzano». Tutti dobbiamo fare attenzione ai luoghi comuni. Che<br>
non abbiamo tempo per le idee, è un’idea inaccettabile.<br>
Ma in questo caso vorrei fare un passaggio ulteriore. Sono convinto<br>
che non si stia affiancando l’azione caritativa della Chiesa spagnola<br>
con un lavoro di presa di coscienza a livello sociale e di seria denuncia<br>
delle situazioni di ingiustizia sociale. Intendo per azione caritativa della<br>
Chiesa sia quella organizzata e resa pubblica, sia quella particolare, o<br>
frutto della libera iniziativa di gruppi cristiani. Ha ragione la gente che<br>
si lamenta che la Chiesa spagnola non è, a livello di riflessione, all’altezza<br>
della situazione sociale in cui ci troviamo. Si sta comportando dignitosamente<br>
quanto alla carità attiva, ma non sta favorendo alcuna presa<br>
di coscienza, né attivando in tal senso una riflessione critica (teologica)<br>
sul piano della fede, né denunciando quello che succede con quella<br>
radicalità che viene dal dolore, il proprio e quello dell’altro. Di sicuro<br>
non la sentiamo così vicina come ci aspetteremmo nel nostro momento<br>
peggiore (attenti, non sono masochista, ma la verità è questa).<br>
La gerarchia della Chiesa spagnola non è oggi molto presente nel<br>
dibattito pubblico, probabilmente perché i suoi vertici che più abitualmente<br>
si espongono sui media sono stati presi in contropiede dall’esigenza<br>
che la Chiesa assuma un ruolo in una crisi sociale di questa portata.<br>
Credevano che tutto si giocasse nell’ambito della secolarizzazione della<br>
cultura e si trovano davanti le «buone famiglie» senza un lavoro decente<br>
di cui vivere; credevano che il cattolicesimo dovesse giocarsi tutte le<br>
sue carte sulla scuola e sulla bioetica, e si trovano la miseria che minaccia<br>
la vita della gente per bene. Credevano che tutto consistesse nel<br>
ricomporre l’identità spirituale della Chiesa spagnola e cápita che la<br>
gente rivendichi dalla fede in Gesù il pane condiviso, il diritto e la giustizia.<br>
Lo so che le cose della fede hanno molte facce, non solo quella<br>
sociale, ma ci siamo capiti. In questa situazione la Chiesa spagnola più<br>
nota in pubblico ha cercato di comprendere la crisi – e in parte continua<br>
a farlo – come crisi culturale, religiosa ed etica, ma ancora una volta<br>
le più aspre ingiustizie sociali bussano alla sua porta e la gente chiede<br>
conto della fede nell’incarnazione e nel Regno di giustizia e di carità. Di<br>
conseguenza, è chiaro che sì, la crisi è etica, ma non solo: è politica, ed è<br>
sociale, ed è materiale, e ha a che fare con la giustizia. Non ci si può rifugiare<br>
nell’etica e poi trascurare la giustizia sociale. Creare lavoro non<br>
fa immediatamente parte del vostro compito, ma fa parte della vostra<br>
responsabilità riflettere, suscitare una presa di coscienza, denunciare<br>
e agire a partire dalla fede nel senso della giustizia sociale. E se non lo<br>
fate, la carità stessa traballa.<br>
Neppure la teologia spagnola si sta muovendo all’altezza delle esigenze<br>
della crisi quanto a riflessione, presa di coscienza e denuncia. Si<br>
sono levate molte voci – come non riconoscerlo –, ma non riusciamo a<br>
mettere insieme una forte corrente d’opinione teologica che faccia sentire<br>
la gerarchia particolarmente interpellata e aiutata, e – rispetto alla più<br>
vasta comunità – sostenuta nel dare alla propria presenza caritativa<br>
una svolta sociale. La teologia sta continuando per la sua strada – come<br>
se dire qualcosa in pubblico di teologico sulla crisi e sulla disumanità che<br>
l’accompagna toccasse solo a qualche moralista o pastoralista, mentre<br>
gli altri teologi stanno dietro alle loro cose. C’è un’enorme difficoltà<br>
a inserire la dimensione straordinaria dell’ingiustizia all’interno della<br>
fede pensata e ragionata. Restiamo prigionieri del presupposto che la<br>
giustizia e l’amore sociale sono conseguenti alla fede, ma non le sono<br>
essenziali. In altre parole, la teologia continua a non considerare «i<br>
più poveri e vulnerabili della vita» un’esperienza personale e sociale<br>
fondamentale per dire di quale Dio, quale Regno, quale Chiesa, quale<br>
Messia, quale salvezza, quale fede stiamo parlando.<br>
Propongo, pertanto, di costruire una forte corrente d’opinione teologica<br>
che doti di una chiara riflessione, presa di coscienza e denuncia sociale<br>
l’azione caritativa dei cristiani – siamo tutti cristiani – davanti alla crisi,<br>
e interpelli con maggiore chiarezza la responsabilità che i pastori portano,<br>
oggi, in termini di giustizia sociale. O non sarà che, se si parla di<br>
giustizia sociale e non solo di carità, abbiamo paura che la comunità si<br>
divida, ai vertici e alla base? Perché, come è noto, non possiamo servire<br>
Dio e il denaro.</p>
<p>Vitoria-Gasteiz (Paesi Baschi, Spagna), maggio 2013.<br>
José Ignacio Calleja,<br>
teologo morale sociale </p>
<p>334 I l R e g n o – a t t u a l I t à 1 0 / 2 0 1 3</p>
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