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De desbordamientos sociales

2013 julio 1
por José Ignacio Calleja


Crisi sociale in Spagna:
la Chiesa oltre l’azione caritativa

Caro direttore,

mi sono subito accorto che stavo per intitolare questi pochi appunti
di impronta morale in un modo che suonava a mia discolpa: «Sono un
teorico, ma…». Chiedendomi perché, istintivamente, volessi cominciare
così questo testo, mi sono reso conto che negli ambienti cristiani
si è diffusa l’idea che quello che importa è la carità concreta, e che tutto
il resto è «troppo teorico». Si è diffusa troppo. Mi azzardo a dire che
è un luogo comune assai banale pensare che quel che importa è agire
con larghezza di mezzi nei casi più gravi, e che parlare non porta da
nessuna parte. Non sono certamente d’accordo con questa idea. In primo
luogo, occorre vedere come da parte di ciascuno di noi si esercita
l’impegno concreto. E siccome nella carità anche il poco è meglio che il
niente, il presupposto che i «teorici» non praticano né si compromettono
con le realtà concrete è un altro luogo comune, una semplificazione.
È ovvio che nessuno se ne esce su Internet a dire quello che fa e quello
che non fa. Bisogna fare attenzione a questi pregiudizi verso le idee che
ci «spiazzano». Tutti dobbiamo fare attenzione ai luoghi comuni. Che
non abbiamo tempo per le idee, è un’idea inaccettabile.
Ma in questo caso vorrei fare un passaggio ulteriore. Sono convinto
che non si stia affiancando l’azione caritativa della Chiesa spagnola
con un lavoro di presa di coscienza a livello sociale e di seria denuncia
delle situazioni di ingiustizia sociale. Intendo per azione caritativa della
Chiesa sia quella organizzata e resa pubblica, sia quella particolare, o
frutto della libera iniziativa di gruppi cristiani. Ha ragione la gente che
si lamenta che la Chiesa spagnola non è, a livello di riflessione, all’altezza
della situazione sociale in cui ci troviamo. Si sta comportando dignitosamente
quanto alla carità attiva, ma non sta favorendo alcuna presa
di coscienza, né attivando in tal senso una riflessione critica (teologica)
sul piano della fede, né denunciando quello che succede con quella
radicalità che viene dal dolore, il proprio e quello dell’altro. Di sicuro
non la sentiamo così vicina come ci aspetteremmo nel nostro momento
peggiore (attenti, non sono masochista, ma la verità è questa).
La gerarchia della Chiesa spagnola non è oggi molto presente nel
dibattito pubblico, probabilmente perché i suoi vertici che più abitualmente
si espongono sui media sono stati presi in contropiede dall’esigenza
che la Chiesa assuma un ruolo in una crisi sociale di questa portata.
Credevano che tutto si giocasse nell’ambito della secolarizzazione della
cultura e si trovano davanti le «buone famiglie» senza un lavoro decente
di cui vivere; credevano che il cattolicesimo dovesse giocarsi tutte le
sue carte sulla scuola e sulla bioetica, e si trovano la miseria che minaccia
la vita della gente per bene. Credevano che tutto consistesse nel
ricomporre l’identità spirituale della Chiesa spagnola e cápita che la
gente rivendichi dalla fede in Gesù il pane condiviso, il diritto e la giustizia.
Lo so che le cose della fede hanno molte facce, non solo quella
sociale, ma ci siamo capiti. In questa situazione la Chiesa spagnola più
nota in pubblico ha cercato di comprendere la crisi – e in parte continua
a farlo – come crisi culturale, religiosa ed etica, ma ancora una volta
le più aspre ingiustizie sociali bussano alla sua porta e la gente chiede
conto della fede nell’incarnazione e nel Regno di giustizia e di carità. Di
conseguenza, è chiaro che sì, la crisi è etica, ma non solo: è politica, ed è
sociale, ed è materiale, e ha a che fare con la giustizia. Non ci si può rifugiare
nell’etica e poi trascurare la giustizia sociale. Creare lavoro non
fa immediatamente parte del vostro compito, ma fa parte della vostra
responsabilità riflettere, suscitare una presa di coscienza, denunciare
e agire a partire dalla fede nel senso della giustizia sociale. E se non lo
fate, la carità stessa traballa.
Neppure la teologia spagnola si sta muovendo all’altezza delle esigenze
della crisi quanto a riflessione, presa di coscienza e denuncia. Si
sono levate molte voci – come non riconoscerlo –, ma non riusciamo a
mettere insieme una forte corrente d’opinione teologica che faccia sentire
la gerarchia particolarmente interpellata e aiutata, e – rispetto alla più
vasta comunità – sostenuta nel dare alla propria presenza caritativa
una svolta sociale. La teologia sta continuando per la sua strada – come
se dire qualcosa in pubblico di teologico sulla crisi e sulla disumanità che
l’accompagna toccasse solo a qualche moralista o pastoralista, mentre
gli altri teologi stanno dietro alle loro cose. C’è un’enorme difficoltà
a inserire la dimensione straordinaria dell’ingiustizia all’interno della
fede pensata e ragionata. Restiamo prigionieri del presupposto che la
giustizia e l’amore sociale sono conseguenti alla fede, ma non le sono
essenziali. In altre parole, la teologia continua a non considerare «i
più poveri e vulnerabili della vita» un’esperienza personale e sociale
fondamentale per dire di quale Dio, quale Regno, quale Chiesa, quale
Messia, quale salvezza, quale fede stiamo parlando.
Propongo, pertanto, di costruire una forte corrente d’opinione teologica
che doti di una chiara riflessione, presa di coscienza e denuncia sociale
l’azione caritativa dei cristiani – siamo tutti cristiani – davanti alla crisi,
e interpelli con maggiore chiarezza la responsabilità che i pastori portano,
oggi, in termini di giustizia sociale. O non sarà che, se si parla di
giustizia sociale e non solo di carità, abbiamo paura che la comunità si
divida, ai vertici e alla base? Perché, come è noto, non possiamo servire
Dio e il denaro.

Vitoria-Gasteiz (Paesi Baschi, Spagna), maggio 2013.
José Ignacio Calleja,
teologo morale sociale

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